DOCUMENTO POLITICO-PROGRAMMATICO CHI SIAMO E QUALI SONO I NOSTRI OBIETTIVI
Un nuovo partito di ispirazione cristiana, autonomo e non confessionale. In un momento difficile per il nostro paese, in cui la crisi pandemica, aggiuntasi agli strascichi non sanati delle crisi economica e finanziaria del 2008 e ai problemi tradizionali italiani, ha colpito duramente le fasce più deboli della popolazione, le famiglie a basso reddito con figli, i giovani e le donne in cerca di lavoro, i piccoli imprenditori e le partite IVA, i lavoratori irregolari, constatiamo che le proposte politiche avanzate dai principali partiti sono ampiamente inadeguate a dare risposte a questa situazione. La contrapposizione frontale tra chi, da una parte, continua ad avanzare proposte che mescolano uno statalismo obsoleto con un radicalismo individualistico e chi, dall’altra, coltiva un nazionalismo con pericolosi sbandamenti verso sentimenti razzistici, per non parlare del populismo raffazzonato che pervade entrambi gli schieramenti, espone il paese e gli elettori a una scelta tra Scilla e Cariddi, accresce la sfiducia dei cittadini nei confronti della politica e spinge troppi verso il limbo dell’astensione. E’ necessaria allora una nuova proposta politica che, riconoscendo la gravità della situazione ma anche le prospettive che si stanno aprendo grazie alle nuove misure europee, sappia mettere al centro i veri problemi del paese, rinnovi la fiducia nella comunità civile e riaccenda la speranza nel futuro, valorizzando le grandi risorse di solidarietà operosa, di qualità del lavoro, di innovazione imprenditoriale e di creatività nei settori più avanzati della ricerca che gli italiani sanno dimostrare nei momenti più difficili. Come laici che traggono ispirazione dalla loro fede cristiana, aperti a chi crede e a chi non ha un riferimento religioso, ma riconosce e condivide queste consapevolezze, vogliamo provare a dare risposta ai problemi del nostro paese riunendoci in un’Assemblea che segni il primo passo per la nascita di un nuovo partito che nella Costituzione e nella Dottrina Sociale della Chiesa trovi gli elementi fondamentali della sua missione. Crediamo che, partendo da una visione veramente integrale della persona umana e della sua irrinunciabile dignità dal concepimento alla morte naturale, si possa sviluppare una proposta politica nuova incentrata sui principi della solidarietà e sussidiarietà che metta al suo centro i bisogni concreti delle famiglie, dei lavoratori, degli imprenditori, delle comunità locali e nazionale. Una proposta che veda in un forte impegno nell’educazione dei giovani e dei meno giovani uno degli strumenti fondamentali per costruire una comunità pienamente umana e civile e capace di guardare con speranza al futuro. Una proposta che si proponga di avviare una profonda trasformazione dell’economia in direzione di una vera “conversione ecologica”. Una proposta che miri a riforme radicali delle amministrazioni pubbliche centrali e periferiche per renderle pienamente orientate a dare sostegno e collaborazione alla libera attività dei cittadini. Una proposta che non rimanga imprigionata in una ristretta visione nazionale perché oggi, più che mai, sono l’Europa e l’intero mondo a definire l’orizzonte del domani. Ci incoraggia su questa strada il magistero di Papa Francesco che proprio in questi giorni licenzia la sua terza enciclica “Fratelli tutti” dedicata alla fraternità e all’amicizia sociale. Al Pontefice vanno il nostro saluto e il ringraziamento per il pensiero e l’azione diretta a sostenere l’idea che tutti possono partecipare alla costruzione di un mondo migliore. Noi cercheremo di fare la nostra parte

2 LE NOSTRE PRIORITA’

La dignità della persona e il rispetto della vita La nostra proposta politica ha come suo fondamento il riconoscimento della intangibile dignità di ogni persona e quindi la difesa della vita dal concepimento alla morte naturale e l’attenzione a tutti i soggetti più fragili della società (anziani soli, giovani emarginati, poveri, persone che fuggono dalla fame e dalle guerre). La pandemia Covid- 19 costringe tutti - da qualunque cultura si provenga - a ricercare una risposta di “vita” in questo versante doloroso della nostra storia, e a superare la deriva involutiva di una asserita “cultura dominante” che vuole imporre una visione della vita umana come un qualcosa di liberamente manipolabile e disponibile. La forte attestazione di questo nostro indirizzo, orientato alla promozione della Vita, può essere rappresentata dall’adozione di serie politiche di aiuto alle madri in difficoltà e dal riconoscimento della personalità giuridica dell'embrione, attraverso la modifica dell’art.1 del Codice Civile. Altrettanta attenzione deve essere posta per politiche che contrastino la solitudine e l’abbandono delle persone che affrontano la fine della loro vita in condizioni di grave fragilità. La difesa della vita umana in tutte le sue situazioni critiche è un impegno per il quale riteniamo doveroso chiamare a raccolta posizioni culturali e politiche di differente matrice, sollecitando una considerazione non ideologica di tale argomento. L’agenda politico-parlamentare, con la nostra iniziativa, deve esaminare la consequenzialità tra principi etici e valori sociali senza dividersi in campi contrapposti. Come qualsiasi argomento, che interpelli la coscienza dell’essere umano, la bioetica non può e non deve divenire oggetto di azione dei governi, ma restare nell’alveo della centralità del Parlamento. La famiglia primo ambito della fraternità e risorsa fondamentale della società La fraternità richiama in primo luogo le relazioni umane più immediate che sono quelle della famiglia. La famiglia, fondata sul matrimonio come dice la nostra Costituzione, basata sul rapporto stabile tra uomo e donna e aperta con la generazione dei figli allo sguardo verso il futuro, deve essere pienamente riconosciuta come il nucleo fondamentale di una società che è evoluta se, e in quanto, ritrova il senso di una Vita da non spendere in solitudine e in modo autoreferenziale. E’ tempo quindi che la politica italiana riconosca fattivamente il ruolo centrale che la famiglia svolge nella società in campo educativo, morale, economico e di erogazione di un prezioso e qualitativamente incommensurabile welfare di base. Lo stato deve dunque fornire alla famiglia un sostegno adeguato, non più concepito come un costo, ma come un investimento, e contrastare così la desertificazione demografica incoraggiando una naturale procreazione pienamente consapevole. Non si può adeguatamente parlare di famiglia se non ci si preoccupa dei servizi ad essa da destinare, se non se ne favorisce la partecipazione vera e piena ai processi decisionali sulle risorse dello Stato, delle regioni e dei comuni, se essa non è coinvolta, anche in questo caso realmente, nel governo della scuola e delle dinamiche formative da concepire all’insegna di un’autentica libertà d’educazione. Parlare di famiglia significa affrontare le questioni delle facilitazioni per l’acquisto della prima casa, della lievitazione dei costi degli affitti e dei generi di prima necessità, tra cui persino quelli alimentari, e dei libri scolastici che creano spesso problemi economici significativi per una larga parte di nuclei familiari meno abbienti, così come per i pensionati rimasti soli o chi, per lavoro, deve vivere lontano da casa. Non possiamo infine non ricordare che le famiglie italiane hanno finora assicurato quella grande risorsa del Paese rappresentata dal risparmio privato in grado di controbilanciare il peso del continuo aumento del Debito pubblico, ma che potrebbe in prospettiva registrare una contrazione se esse non saranno sostenute a fronte di una serie di costi e oneri sempre più pesanti e insostenibili. La Scuola torni a educare e l’Università persegua un equilibrio tra specializzazione e sviluppo umano L’attenzione ai bisogni concreti delle persone ci induce a fissare l’attenzione sull’importanza della Scuola e del sistema formativo delle nuove generazioni. Colpevolmente la politica di questi anni se ne è dimenticata. Le scuole devono tornare ad essere luoghi di educazione, e non solamente di istruzione, con al centro il valore della Persona: Docente e Discente. Un patto educativo globale, nato da un serio confronto tra Stato-RegioniRealtà locali e tra Docenti-Discenti/Genitori e, ancora, mondo lavorativo deve ridare priorità e dignità alla nostra scuola. Priorità della scuola significa che lo Stato e le istituzioni locali devono porre al centro della loro attenzione il reperimento di accresciute risorse finanziarie e fisiche, un profondo rinnovamento dei meccanismi di reclutamento del personale docente, un più attento sistema di valutazione dei risultati (ivi compreso il recupero dell’abbandono scolastico) e un serio programma di borse di studio per i meno abbienti e i meritevoli. In una prospettiva di dignità e libertà della Scuola si deve andare verso il superamento della dicotomia, propria di una vecchia cultura, tra scuola pubblica statale e scuola pubblica paritaria, di ogni orientamento religioso o culturale che sia. Va riconosciuto il ruolo pienamente pubblico anche di quest’ultima per la sua funzione essenziale di integrazione dell’offerta educativa e di garanzia del pluralismo di pensiero e di formazione in piena applicazione del dettato costituzionale. Tutta la scuola deve avere i mezzi per svolgere appieno la sua funzione educativa. Le università e tutto il sistema pubblico e privato della ricerca devono essere aiutati a crescere, garantendo la loro piena autonomia, risorse adeguate e una forte apertura al reclutamento dei giovani. I giovani che lavorano nelle università non sono un costo. Sono la ricchezza del futuro, la producono e la rendono disponibile. Borse di studio adeguate devono facilitare l’accesso. Le università devono essere incoraggiate a combinare il necessario sviluppo delle specializzazioni con una formazione generale che guardi all’uomo integrale, in vista di quella formazione permanente sempre più necessaria in un mondo in continua trasformazione. L’evoluzione tecnologica richiede il sostegno di progetti formativi adeguati pensati in accordo tra istituzioni pubbliche, sistema delle imprese ed enti universitari e di ricerca. Dignità con il lavoro e del lavoro L’impegno in una seria lotta alla disoccupazione è una scelta di coerenza con il dettato costituzionale e con la nostra ispirazione cristiana. E’ necessario combattere in particolare l’abnorme situazione di precarietà e d’incertezza che pesa soprattutto sulle spalle delle nuove generazioni alle quali, a differenza dei loro padri, viene a mancare l’orizzonte di un futuro degno di questo nome. È una questione di dignità e di libertà anche il superare definitivamente ciò che ancora costituisce una vergogna per una società moderna: la differenza di trattamento salariale e di possibilità di carriera tra uomini e donne. Siamo consapevoli che questi problemi (per non parlare del pesante fardello del debito pubblico) non potranno trovare risposta se non si darà corso alla ripresa della crescita, alla centralità del lavoro e delle imprese, a partire da quelle radicate nel territorio come sono le Pmi. Mentre riconosciamo il grande valore della libertà economica, sappiamo che questa libertà può costituire una risorsa per lo sviluppo civile del paese solo se è bilanciata da una reale tutela dei diritti delle persone e se viene indirizzata verso un modello di sviluppo sostenibile basato su un’economia sempre più verde e circolare. Una vitale economia sociale e civile di mercato troverà ulteriore forza da un sempre maggior sviluppo del principio di sussidiarietà e dal rilancio del Terzo settore, verso cui i precedenti governi hanno mostrato una sostanziale indifferenza. La sostenibilità del sistema economico e previdenziale dovrà essere attentamente valutata, applicando gli opportuni correttivi, per accompagnare l’evoluzione tecnologica con misure volte ad integrare lavoro e reddito, tempo lavorativo e tempo libero, contrastando i rischi occupazionali e dando una prospettiva di serenità alle persone e alle loro famiglie riguardo alla vita lavorativa ed al pensionamento. I principali correttivi da perseguire sono i seguenti:
1. Un cambiamento significativo delle politiche del lavoro passando da scelte che privilegiano la regolamentazione normativa del rapporto di lavoro in un’ottica conservativa e assistenziale, a soluzioni volte a migliorare la occupabilità delle persone e quindi rendere sostenibile la mobilità del lavoro grazie a reti di servizi di orientamento.
2. L’obiettivo della mobilità sostenibile deve essere accompagnato da interventi di politica attiva quali: il potenziamento dei servizi per l’infanzia e per il sostegno delle persone non autosufficienti, nonchè dell’assegno unico; il rafforzamento delle esperienze di integrazione tra i percorsi formativi e quelli lavorativi; e l’accompagnamento dell’allungamento dell’età pensionabile.
3. Sul fronte della domanda di lavoro occorre esaltare il ruolo dei settori e delle professioni che possono svolgere un ruolo trainante per la nuova occupazione.
. Si deve valorizzare il ruolo delle parti sociali e rimettere le aziende e i territori al centro delle loro iniziative.
. Gli interventi rivolti a contrastare la povertà devono essere ricondotti alla finalità di rispondere ai bisogni delle persone fragili, distinguendoli in modo rigoroso dalle politiche attive del lavoro. Innovazione e nuovo modello di sviluppo. Il lavoro è difeso e sostenuto solo se si punterà sull’innovazione, si favorirà la nascita di nuove imprese e la crescita di quelle esistenti, ovviando all’eccessiva frammentazione del sistema produttivo italiano. A questo dovrebbe essere destinata gran parte delle risorse rese disponibili dall’Unione europea che, se male utilizzate, si risolverebbero in un ulteriore aggravamento del Debito pubblico. Per pensare alle nuove infrastrutture, ad un vero e proprio risorgimento della scienza e della tecnologia italiana, dell’intelligenza artificiale, per valorizzare la posizione raggiunta dall’Italia fra i paesi leader europei nell’uso efficiente delle risorse e nel riciclo dei rifiuti, per fare dell’economia circolare una leva di sviluppo della economia verde occorre un profondo rinnovamento della classe dirigente del Paese e un ben meditato Piano di rilancio nazionale e locale. Un Piano di rilancio nazionale e locale deve favorire un collaborativo rapporto tra pubblico e privato. Lo Stato dovrà finanziare in proprio programmi di ricerca e sviluppo ad alto rischio innovativo, ritenuti strategici per il sistema Italia, lasciando la loro esecuzione all’autonomia regionale, ove possibile. A livello nazionale dovranno essere varati sostegni specifici a programmi a valenza strategica (in primis sanità, ambiente, scuola) utilizzando anche un apposito organismo destinato a finanziare gli interventi di sostegno alla creazione di reti evolute nell’area della produzione da parte di attori privati. Si dovrà riflettere sul ruolo davvero strategico per il sostegno alla struttura industriale del Paese che potrebbe assumere la Cassa depositi e prestiti, invece di essere utilizzata come un surrogato dell’Iri. In una prospettiva di transizione ecologica dell’economia si dovrebbe istituire un Fondo nazionale per la transizione energetica comprensivo di misure di carbon pricing come la carbon tax per procedere verso l’efficienza energetica e promuovere un idoneo sviluppo delle fonti rinnovabili. E’ indispensabile salvaguardare la biodiversità delle forma di impresa (imprese for profit, imprese cooperative, imprese sociali, società benefit). E’ importante usare la domanda pubblica per dare alle imprese un quadro programmatico (almeno quinquennale) di acquisti tecnologicamente avanzati che consenta ad esse di fare investimenti tecnologici che altrimenti non farebbero. Particolare attenzione deve essere portata alla gestione delle ricadute del sistema “università/istituti di ricerca” sulla produzione di beni e servizi: vanno previste agevolazioni non solo fiscali, bensì anche giuridiche e di procedura per favorire accordi bilaterali o multipli tra Pubblica Amministrazione e imprese. Il nuovo modello di sviluppo non deve dimenticare la questione meridionale e le aree cosiddette interne e a vocazione rurale. Occorre preservare le aree agricole, i pascoli ed il patrimonio forestale, valorizzandone il ruolo strategico, multifunzionale e circolare, e favorire il ruolo dell’agricoltura e della silvicoltura anche come fonti di produzione di energia e di materiali rinnovabili per la bio-economia, promuovendo ovunque possibile la filiera corta tra produzione e consumo. L’Italia deve prendere sempre più coscienza di rappresentare un “bene comune globale” in virtù di un capitale naturale, culturale, storico e architettonico unico al mondo. Ne scaturisce un obbligo, al cospetto del mondo, di conservazione e sviluppo di questo enorme patrimonio che costituisce anche la base per una economia della bellezza, della cultura e della natura. Da questo capitale dobbiamo allontanare ogni minaccia, tra le altre quella del dissesto idrogeologico e del rischio sismico, con una programmazione e gestione del territorio più attente e aggiornate al nuovo contesto climatico e con la realizzazione di interventi di prevenzione e attenuazione dei rischi. Un rapporto equilibrato e cooperativo tra stato centrale e comunità locali Siamo fermamente convinti che le comunità locali con le loro identità, tradizioni e risorse di civismo solidale siano una forza fondamentale del nostro Paese. Esse assicurano la prossimità dello stato ai cittadini e dei cittadini alle istituzioni nonché la rappresentanza anche delle aree interne e più deboli del paese. Devono quindi essere dotate delle risorse necessarie per svolgere con ampia autonomia i loro compiti. Allo stesso tempo è necessario che lo stato centrale nel rispetto del principio di sussidiarietà orizzontale e verticale, rispettando e favorendo dunque la libera iniziativa delle persone e dei corpi intermedi, svolga appieno i suoi compiti di indirizzo generale e di coordinamento dei poteri locali e che i troppi conflitti di competenze tra stato centrale, regioni e comuni siano drasticamente ridotti. Una attenta riforma del titolo V della Costituzione, che riporti le Regioni ai loro compiti di legislazione, programmazione e controllo, affidi alle Province (ridotte di numero e pienamente legittimate dal voto popolare) e alle Città Metropolitane tutta la gestione dell'area vasta, e ai Comuni - singoli o associati - l'amministrazione dell'area di prossimità secondo i fondamentali principi di sussidiarietà e di responsabilità fiscale, ci appare indispensabile per rimettere sul giusto binario l’assetto di un paese fortemente plurale come il nostro, garantendo gli spazi di autonomia ma evitando la frammentazione. Una pubblica amministrazione al servizio delle persone e dello sviluppo del paese. Una giustizia al disopra di ogni sospetto. Un sistema fiscale equo e un welfare sostenibile. La trasformazione del paese ha assolutamente bisogno di pubbliche amministrazioni all’altezza di questo compito e capaci di padroneggiare i grandi sviluppi tecnologici. Reclutamento, formazione e valutazione dei dipendenti pubblici dovranno essere riformati per assicurare amministrazioni che a livello centrale siano in grado di fornire consulenza di qualità alle decisioni politiche e poi di attuare efficacemente le scelte strategiche decise dai poteri democratici e che a livello periferico siano caratterizzate da un chiaro spirito di servizio nei confronti dei cittadini. Nella sanità, nella giustizia, nei lavori pubblici, nelle amministrazioni locali, nelle aziende pubbliche, non vogliamo che nessun partito possa più dire “mettiamoci i nostri”: tutti saremo vincolati al principio della competenza e del merito. Non consentiremo che lo svuotamento delle pubbliche amministrazioni, operato con politiche e pratiche di delegittimazione della loro efficienza, lasci campo libero a poteri più o meno occulti, in ogni caso, sprovvisti di legittimazione democratica. Una giustizia al servizio delle persone e della società deve assicurare tempi certi e ragionevoli delle decisioni, decoro nei comportamenti dei suoi operatori, controlli efficaci e severi nei confronti di chi sbaglia, pieno accesso al giudizio anche per i meno abbienti. Pur nelle difficoltà del momento, la giustizia è ricca tuttora di risorse preziose. E tuttavia il suo volto pubblico è stato troppo spesso deturpato dalla debolezza di alcuni e dalle intromissioni dei partiti e delle fazioni giudiziarie. Sarà prioritario per noi mettere in campo ogni energia affinchè chiunque amministri la legge senta di poterlo e doverlo fare senza condizionamenti politici e senza minacce, e sia garantito da un sistema di controlli equo e severo. E’ evidente che una trasformazione del Paese la si raggiunge anche con una profonda revisione del sistema fiscale da adeguare e finalizzare a una politica di sviluppo e di innovazione sulla base di un’equa ridefinizione delle aliquote. Il rapporto tra l’amministrazione fiscale e i cittadini e il mondo dell’impresa deve essere impostato secondo una logica di collaborazione con il contribuente fedele e di rigore contro il contribuente inadempiente. Il sistema delle tutele perequative per le fasce di reddito medio basse che lo Stato garantiva, nel momento in cui fu pensato, oggi opera in un contesto completamente cambiato, con complessità e variabili totalmente diverse, per cui andrebbe riconsiderato non solo il carico Irpef e come esso viene calcolato, ma l’intero sistema, alla ricerca di un punto di equilibrio più equo che senza nulla togliere ai dipendenti, tenga conto delle nuove condizioni e delle nuove forme del lavoro non dipendente. L’Italia deve impegnarsi ancora di più perché l’Europa giunga a definire una omogeneizzazione fiscale nella intera Unione, se non addirittura una politica fiscale comune per evitare la concorrenza fiscale tra i diversi Stati e le distorsioni di cui approfittano le multinazionali per evadere o eludere il pagamento delle imposte dovute. La riduzione delle imposte può essere favorita dal risparmio di spesa pubblica per mezzo dell’uso delle nuove tecnologie e con il coinvolgimento del Terzo settore per la co-progettazione di un nuovo modello di welfare. Le criticità del sistema fiscale e previdenziale, destinate ad accentuarsi nel prossimo futuro per effetto della crisi economica, del considerevole aumento del debito pubblico e della introduzione diffusa nel sistema produttivo di tecnologie di automazione intelligente, devono diventare la prima emergenza da affrontare per garantire la sicurezza sociale. Un paese aperto all’integrazione sovranazionale e stabile nelle sue alleanze che promuove la pace attraverso la logica multilaterale L’Italia deve ribadire la sua profonda vocazione alla pace da perseguire attraverso la logica del dialogo e degli accordi multilaterali. L’Italia e l'Europa affrontano il frangente storico forse più complesso dal dopo-guerra ad oggi. L’Italia, paese fondatore dell’Unione Europea, terzo paese più grande e seconda manifattura industriale del continente, collocato in una posizione strategica nel Mediterraneo, cui guarda con sincera  volontà ri-equilibratrice e senza mire di sfruttamento, deve ribadire senza incertezze la sua profonda vocazione europea e mediterranea e assumersi tutte le responsabilità che ne derivano. L’UE, cui il nostro paese ha liberamente ceduto una parte di sovranità, è una innovativa e complessa comunità politica in divenire che l’Italia, in concerto con gli altri paesi, deve contribuire a far sviluppare oltre la pura dimensione di mercato economico (spesso troppo chiuso verso i paesi meno ricchi), così che essa diventi sempre più una comunità internamente solidale e capace di contribuire a sviluppi pacifici nel mondo e in particolare in quell’area Mediterranea oggi centro di conflitti insanabili e che deve diventare invece il ponte pacifico tra l’Europa e i continenti africano e asiatico A questo fine è indispensabile avviare un’operazione di verità. Perché l’Unione europea diventi quello che deve e può essere i Trattati esistenti e le loro applicazioni come il Patto di stabilità o i regolamenti di Dublino sull’immigrazione, hanno bisogno di una paziente ma profonda revisione. Per poter affrontare le sfide del presente e del futuro c’è bisogno di una Unione che, riscoprendo i valori fondamentali che hanno ispirato la sua fondazione, sia più federalista e meno intergovernativa, una Unione nella quale il circuito democratico e rappresentativo Elezioni europee-Parlamento europeo-Commissione diventi l’asse portante delle decisioni dell’Europa, una Unione che sia orientata allo sviluppo (anche attraverso un più consistente bilancio comune e una revisione degli obiettivi della Banca Centrale) piuttosto che alla difesa dello status quo. Per questo il nostro paese e anche, per quello che gli compete, il nuovo partito, che sarà partito europeo secondo i Trattati, devono collaborare attivamente con le nazioni e le forze europeiste per impostare e guidare queste riforme. Riconoscendo che il problema delle migrazioni non è un tema passeggero ma è destinato a segnare profondamente un lungo domani, un profondo cambiamento delle politiche sull’immigrazione è necessario e deve essere caratterizzato da:
1) Riforma delle modalità di ingresso per motivi di lavoro, rendendole più ancorate ai bisogni del Paese e delle imprese;
2) Rafforzamento della partecipazione dei migranti alle politiche attive, per favorire la generazione di circuiti di incontro della domanda/offerta di lavoro, anche attraverso l’implementazione delle competenze, e ridurre così la quota dei nuclei familiari in condizione di povertà assoluta;
3) Nuovi accordi internazionali con i paesi d’origine dei migranti, finalizzati a migliorare la cooperazione in ambito economico e a promuovere l’integrazione dei migranti. Solo un’Europa rinnovata può affrontare il problema epocale delle migrazioni attraverso una forte politica estera e di cooperazione con i paesi dell’Africa e del Medio Oriente. Una più sviluppata politica estera e di difesa dell’Unione non può però prescindere dal quadro dell’Alleanza occidentale che rimane tuttora uno strumento essenziale per gestire i gravi problemi di sicurezza posti dalle due grandi potenze, la Russia e la Cina, verso le quali ogni ipotesi di più o meno velata sudditanza deve essere respinta.

QUALE POLITICA, QUALE PARTITO

Riformare la Politica tornando ad avvicinare eletti ed elettori Per poter affrontare le sfide che abbiamo indicato la Politica del nostro paese deve cambiare. Per questo devono cambiare regole, comportamenti e linguaggio e si devono sperimentare nuove forme di coinvolgimento dei cittadini nella politica. Una nuova legge elettorale è fondamentale per superare i due gravi limiti emersi nel corso della cosiddetta Seconda Repubblica: per un verso l’esclusione dalla dialettica pubblica di tanti filoni di pensiero, propri di intere componenti della società civile e di quegli interessi economici finora rimasti marginali, nonostante l’importanza del ruolo che svolgono; per l’altro verso, la distanza tra gli eletti e gli elettori. Una legge proporzionale, con una ragionevole soglia di sbarramento e la reintroduzione delle preferenze per assicurare un’autentica partecipazione delle realtà territoriali, dovrà permettere di uscire dal bipolarismo forzato e dai suoi fallimenti. Accanto alla legge elettorale, per favorire la partecipazione dei cittadini è altrettanto importante disciplinare rigorosamente le incompatibilità nelle candidature e le norme di presentazione delle liste. Il rapporto tra esecutivo e parlamento deve essere riportato ad un giusto equilibrio che garantisca da un lato al governo il ruolo di guida del processo decisionale, ma rispetti pienamente il ruolo parlamentare di controllo sulle scelte governative e non mortifichi le sue possibilità di intervenire nel processo legislativo. Una seria correzione del bicameralismo perfetto e dei regolamenti parlamentari dovrebbe essere perseguita in maniera consensuale. Lavoreremo perché nei comportamenti e nel linguaggio la politica italiana esca dalla demonizzazione dell’avversario, dagli slogan a effetto e ritrovi uno stile di riflessione più seria e responsabile sui problemi e di dialogo costruttivo sulle soluzioni, rinnovando quello spirito di riformismo sociale che nel Dopoguerra con la riforma agraria, il Piano casa e la Cassa per il Mezzogiorno rimise in moto l’Italia consentendole di uscire dalle distruzioni belliche. La proposta politica, libera nella sua massima espansione costituzionale, per non ingannare gli elettori, dovrà esplicitare la copertura finanziaria di ciò che afferma e promette. Solo così la politica può condurre un processo di sintesi e di mediazione tra le diverse componenti del paese, la molteplicità di pensieri e di sensibilità che non possono essere unificate o omologate, ma, semmai, riconosciute, valorizzate e sostenute perché arricchiscono l’insieme della vita culturale, economica e civile. Perché un nuovo partito Vogliamo dare vita a un’organizzazione politica autonoma, non confessionale, aperta a credenti e a non credenti, perché nessuno degli attuali partiti presenti in Parlamento ha mostrato nei fatti il reale intendimento di promuovere le istanze sopra delineate, che rispondono a vitali esigenze del Paese. I fronti contrapposti cui assistiamo sono animati da un istinto di delegittimazione reciproca la cui conseguenza è quella di una delegittimazione complessiva di tutti i partiti che finisce per investire l’intero sistema politico e istituzionale. L’allargarsi del fenomeno dell’astensionismo ne è la conferma più evidente. E’ venuto, dunque, il momento di mettere in piedi, e non solo da parte dei cattolici, una rigenerante forza politica che costringa tutte le altre ad occuparsi soprattutto della centralità dei problemi che interessano la gente. In questo senso definiamo il nostro collocarci al “centro” dello schieramento politico. Un partito nuovo a cominciare dalle facce che lo rappresenteranno, dal linguaggio e dal metodo, un partito “accountable” con un modello organizzativo che lo renda pienamente aperto al controllo democratico, e capace di contribuire affinché l’intera dialettica pubblica riscopra la “mitezza” della politica, la ragionevolezza e l’attitudine al confronto costruttivo e alla mediazione piuttosto che lasciare spazio alla retorica e alla sterile contrapposizione portata alle estreme conseguenze. Un partito che non si chiuda nella autosufficienza, ma sia aperto alla collaborazione con le tante forze civiche indipendenti che cercano di uscire dalle gabbie dell’attuale sistema dei partiti ed esprimono istanze vivaci di partecipazione. Un partito popolare, radicato nelle periferie, di programma e lontano dal modello leaderistico imperante Il soggetto politico che vogliamo creare dev’essere popolare, cioè radicato nelle realtà dove gli italiani vivono, studiano, lavorano, intraprendono, si impegnano nel volontariato. Un partito, che si collochi nel solco della migliore tradizione popolare e democratico-cristiana europea al cui rinnovamento, indispensabile per l’Europa di domani, vuole contribuire attivamente. Un partito che metta al centro non gli slogan ma un programma articolato e realistico. Un partito quindi "competente", in grado di richiamare, in ogni campo e a ogni livello, conoscenze, professionalità, capacità operative, secondo quell'attitudine a "pensare politicamente" che oggi compete a tutti se si assume la politica come "funzione diffusa" e che non può più essere esclusivo appannaggio del cosiddetto "palazzo" o dei proprietari di ingenti patrimoni personali. Non crediamo nell’idea di un “uomo solo al comando” e, quindi, rifuggiamo dal leaderismo. Questa rincorsa all’uomo “salvifico” che riassume in sé ogni capacità di guida, nel pubblico e nel partito che lo esprime, ha trasformato la dialettica politica, riducendola troppo spesso a scontro personalizzato, mancanza di progettualità, propaganda non sostenuta poi dalla necessaria coerenza tra il promesso e il realizzato. Crediamo in una leadership diffusa, fortemente sostenuta dalle risorse umane e professionali espresse dai territori del paese. Per questo è necessaria la "collegialità", cioè una modalità di confronto e di lavoro comune da mettere in atto a tutti i livelli in cui si definirà la nostra organizzazione politica: nazionale, regionale e locale. Abbiamo alle spalle una grande tradizione politica e di pensiero che, con personaggi come Toniolo, Sturzo, De Gasperi, Moro, La Pira e tanti altri, ha dato contributi essenziali alla democrazia italiana, ma non possiamo accontentarci delle citazioni di quei grandi e il nostro modello di lavoro deve essere al servizio di un attivo processo di formazione di una nuova dirigenza politica in grado di cogliere e rendere politicamente produttiva l’eredità ricevuta. Vogliamo con il nostro partito contribuire a una dialettica politica capace di una convergenza progettuale che non significa il superamento delle diverse sensibilità politiche, ma il riconoscere un quadro comune di riferimento prospettico in cui poi ciascuna forza politica è in grado di portare un autonomo e specifico contributo. Crediamo che un “riconoscimento” reciproco tra le espressioni politiche accomunate da una piena accettazione dei concetti di democrazia e di libertà, di europeismo, di scelta occidentale possa consentire al Parlamento di definire un vero e proprio Piano di rigenerazione nazionale di lungo respiro, procedendo da un autentico confronto in cui debbono essere coinvolte tutte le realtà culturali, economiche, sociali e civili. A tutti coloro che condividono queste idee diciamo: venite a lavorare con noi, il nuovo partito sarà uno spazio aperto al vostro contributo!

INSIEME LAVORO E FAMIGLIA SOLIDARIETA' E PACE / SEZIONE DI BRESCIA
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